I bambini sono affascinati dalle parole, ascoltano e comprendono, associano suoni e costruiscono i loro logici o illogici – e buffissimi – ragionamenti. Quale famiglia non ha le sue frasi o le sue paroline curiose da raccontare? Come quella volta che in pizzeria ordinai una “spina piccola” e il mio bambino scoppiò a piangere perché lui no, le spine piccole proprio non le voleva mangiare!
In cucina noi abbiamo sempre usato il giusto nome per ogni utensile, per ogni ingrediente, per ogni operazione, e questo ha sempre agevolato il nostro lavoro: ci s’intendeva al volo. Non ho mai sentito la necessità di semplificare o generalizzare (d’altronde come si fa a chiamare semplicemente “formaggio” il parmigiano?) e ho sempre avuto la sensazione che le parole fossero “attrezzi magici” che i bambini vogliono ascoltare, anche quando non riescono a dominarli.
In cucina di parole ce ne sono tante: i nomi degli oggetti e dei cibi, i racconti, i pensieri, i vocaboli storpiati che fanno ridere… e così, tra una polpetta, una macedonia e un panino, nasce un linguaggio intimo, personale. Ogni tanto prendo appunti, casomai dimenticassi qualcosa.
In cucina noi abbiamo sempre usato il giusto nome per ogni utensile, per ogni ingrediente, per ogni operazione, e questo ha sempre agevolato il nostro lavoro: ci s’intendeva al volo. Non ho mai sentito la necessità di semplificare o generalizzare (d’altronde come si fa a chiamare semplicemente “formaggio” il parmigiano?) e ho sempre avuto la sensazione che le parole fossero “attrezzi magici” che i bambini vogliono ascoltare, anche quando non riescono a dominarli.
In cucina di parole ce ne sono tante: i nomi degli oggetti e dei cibi, i racconti, i pensieri, i vocaboli storpiati che fanno ridere… e così, tra una polpetta, una macedonia e un panino, nasce un linguaggio intimo, personale. Ogni tanto prendo appunti, casomai dimenticassi qualcosa.
di Federica Buglioni















